Bel guaio, per il mondo progressista, la vittoria del partito di Javier Milei alle elezioni parlamentari in Argentina. Ma come, lo spaccone con la motosega, quello con «l’estetica da macho», che usa un linguaggio offensivo che mescola «sessismo, violenza, disprezzo degli avversari politici e misoginia» (copyright La Stampa) ce l’ha fatta? Ebbene sì: ce l’ha fatta. Ancora una volta. Proprio lui, alla guida della sua «ultradestra spudorata» che l’aveva già portato alla Presidenza nel 2023. E che adesso è stato capace di conquistare con il suo movimento - La Libertad avanza- 93 seggi alla Camera (56 in più) e 19 scranni al Senato (13 in più).

Bel guaio, dunque. Che fare allora? Rendergli onore, va da sé, proprio no (che orrore, l’«autocrate» con i basettoni). Così i giornali con il cuore che batte a sinistra si sono divisi: alcuni hanno scelto di ridicolizzarlo per interposta persona (attraverso un altro leader altrettanto detestato quale è il presidente americano, Donald Trump); altri l’hanno ignorato, nascondendo la notizia del risultato elettorale in una pagina interna.

«SOLO PER DONALD»

Del primo blocco è capofila Avvenire, del secondo Repubblica. Il quotidiano dei vescovi italiani ha commentato così «l’avanzata dell’ultradestra»: «Vittoria di Milei, trionfo di Trump». Il presidente argentino, insomma, non avrebbe fatto nulla: si sarebbe limitato a tenere la mano del tycoon, il vero regista dell’affermazione del partito del Presidente con il prestito da 20 miliardi di dollari. Sono stati quei soldi a permettere al capo della Casa Rosada, il palazzo del potere a Buenos Aires, di spuntarla nonostante «scandali», «tagli» e «crollo della moneta»: «L’intervento di Washington è servito a salvare Milei dalla tempesta perfetta».