Per carità, Sigfrido Ranucci sarà pure, come lo ha definito Rula Jebreal introducendolo durante la presentazione del proprio libro, «un guardiano della democrazia e della verità» e «un eroe nazionale di questa Repubblica». E nessuno sminuisce la gravità dell’attentato di cui è stato bersaglio una decina di giorni fa. Però un conto è il sacrosanto rispetto dell’incolumità, un conto è il divieto al dibattito. Ieri, partecipando al convegno alla Camera sul volume della giornalista, il conduttore di Report si è lasciato andare a una sortita che suona come un attacco alle critiche, una velata pretesa di lesa maestà che per chi come lui rivendica la battaglia per la libertà di stampa suona quantomeno come una contraddizione. Ha sostenuto Ranucci, evidentemente alludendo ai giornali del gruppo di cui fa parte anche Il Tempo: «Noi abbiamo editori politicizzati, addirittura un senatore», dice scagliando accuse contro il nostro editore Antonio Angelucci (che tra l’altro non siede al Senato ma alla Camera), «che gestisce dei giornali che usa come manganello: anche oggi (ieri ndr) ci sono tre-quattro articoli contro di me... Sono contento perché dopo tanta solidarietà mi stavo annoiando, sono tornato a come stavo prima: anche perché la solidarietà è ipocrita, non nascondiamolo. Quindi, hanno ricominciato a delegittimare Report».
Ranucci torna a frignare per Report e dà la colpa al nostro editore
Per carità, Sigfrido Ranucci sarà pure, come lo ha definito Rula Jebreal introducendolo durante la presentazione del proprio libro, &laq...











