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Ultimo aggiornamento: 7:07
Lo scorso venerdì sera il bisturi critico di Maurizio Crozza & brothers ha girato a vuoto, come lo stesso fustigatore genovese delle miserie nazionali – insolitamente imbarazzato – dava a vedere di rendersene conto. Al tempo stesso risultava sconfortante scoprire che il team dei suoi ghost writers, solitamente di precisione chirurgica nel macchiettizzare ipocrisie e cialtronaggini, condivideva un vizio plebeo tipico dell’italica canea: la goduria nel piazzarsi a un tiro di sputo da un connazionale che per meriti propri ha saputo conquistarsi rispetto e ammirazione anche oltre confine. La sagra dell’invidia meschina scatenata alla ricerca di punti deboli per svilire la fama altrui. In questo caso il fenomenale Jannik Sinner, probabilmente uno dei maggiori atleti nella storia italiana, di certo il più grande (per incolmabile distacco a solo 24 anni) in ambito tennistico.
Ma già, il ragazzo poliglotta di Sesto Pusteria (oltre all’italiano, il tedesco e un ottimo inglese, mica il risibile Gramelot alla Dario Fo del rieccolo Matteo Renzi) non padroneggerebbe la nostra parlata; riprova definitiva di un’estraneità allo specifico etnico del Bel Paese. Sebbene la comunicazione dell’alto atesino sia ben migliore dei grugniti gergali di tanta parte dei coetanei; solo segnata anch’essa da cadenze dialettali, ennesimo effetto di un’unificazione nazionale tardiva, in questo caso attorno al toscano. Oggi soppiantato mediaticamente dal romanesco.






