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Ultimo aggiornamento: 8:00
Forse non molti se ne sono accorti, ma negli ultimi giorni è accaduto un fatto assolutamente nuovo, rivoluzionario nell’ambito della televisione italiana, del rapporto tra programmi, pubblico e critica. Sul Corriere della sera è apparsa nella rubrica di critica televisiva una stroncatura del programma di Maurizio Crozza, giudicato un contenitore di “brutte caricature svuotate di ogni finezza satirica”, di “battute frantumate per avere una seconda vita in rete”, in cui c’è a malapena una sola occasione di riso, una sola battuta divertente – ma è la più prevedibile.
Ora, a parte l’ovvietà del destino social di porzioni del programma (cosa comune a tutto l’intrattenimento televisivo), a parte il fatto che qualche occasione in più di risata continua a esserci (i pasticci linguistici del ministro Urso per me sono motivo di inesauribile divertimento), a parte l’acredine dei toni (di cui si ignora il motivo, ma ci sarà), a parte tutto questo, la critica coglie un punto significativo. Anche a me pare che Crozza faccia meno ridere, ma credo che lo faccia consapevolmente, che lo abbia scelto. Ha rinunciato alla componente più ridanciana del suo lavoro, alla battuta finale che strappa un’ovazione al termine di ogni imitazione, per lasciare più spazio alla parte di illustrazione delle contraddizioni, delle falsità diffuse nel discorso politico. Più che puntare sulla comicità immediata, segue la linea dell’assurdo, del paradosso, del sorriso che nasce dalla scoperta di un imbroglio. Si può discutere sulla bontà di questa scelta, si può risolvere il tutto pensando che si ride meno perché di questi tempi c’è poco da ridere, ma vale la pena di approfondire un po’ l’analisi del programma (e ovviamente di vederlo).






