Pensare al Natale ad ottobre è una coperta che serve a rassicurarci che qualcosa di buono, di dolce, arriverà comunque e nonostante tutto. Il 25 dicembre non è più solo una data ma è un punto fermo in un tempo liquido

di Mattia Insolia

Tra le ultime promozioni di creme solari e costumi da bagno, a inizio ottobre, in un centro commerciale di Milano, un gruppo di renne in miniatura trainava già la slitta. Accanto, pupazzi di neve con cappelli a cilindro e fiocchi rossoverdi. Il mio cervello è andato in cortocircuito: il tempo sembrava essersi piegato su sé stesso fino a far combaciare due stagioni opposte. A popolare le vetrine, quel sabato, c’era ancora un po’ d’estate e c’era già un po’ di Natale.

Che il Natale occupi una porzione di tempo sempre più ampia è storia vecchia, ormai. Le decorazioni spuntano quando l’autunno è appena iniziato, e le prime lucine si accendono tra i meloni in saldo e le zucche di Halloween. Un centrifugato di cose che tra loro non c’entrano nulla - tanto che l’effetto è un pelo straniante, a onor del vero. Però non sono solo i negozi ad anticiparlo: lo fanno anche le persone, che decorano casa settimane – a volte mesi – prima.

Niente di nuovo sotto il sole, no, ma il fatto che l’anticipo arrivi ormai a lambire la fine dell’estate dice qualcosa di più profondo di noi – e dell’epoca che abitiamo. Qualcosa che ha a che fare con la psicologia del tempo, la paura del vuoto e con il bisogno di sentirci parte di un ritmo.