Arrivano con la metro o con la macchina. Si mettono in fila uno dopo l’altro e aspettano il loro turno, in mano i passaporti ucraini. Attendono qualche minuto e prendono un pacco. Dentro ci sono farina, riso, passata di pomodoro, fagioli, zucchero e marmellata. Un rituale ordinato e composto che si ripete ogni due settimane, di sabato o domenica mattina alla Basilica di Santa Sofia a Boccea. Qui, da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina quasi quattro anni fa, la comunità che si raccoglie intorno alla chiesa si è rimboccata le maniche per aiutare chi è rimasto a casa, ma anche chi ha scelto di scappare dalla guerra e rifugiarsi in Italia.

“I primi mesi il punto di distribuzione era aperto ogni giorno quasi a tutte le ore”, spiega Don Marco Semehen, che da febbraio del 2022 ha messo in piedi la rete di solidarietà per la comunità ucraina a Roma. “Associazioni di volontariato, imprenditori, ma anche persone comuni facevano a gara per raccogliere cibo, vestiti, pannolini, coperte”. “Gli aiuti - prosegue indicando una delle tante foto di quei giorni appese sul muro della parrocchia - erano così tanti che non sapevamo dove metterli”.

Oggi la situazione è cambiata. Il conflitto non è più un’emergenza, gli aiuti alimentari continuano ad arrivare, ma i pacchi sono più leggeri e sono sempre di meno. Il numero delle persone che si presentano a ritirarli, però, non è affatto diminuito. “Per questo- riprende Don Marco - il nostro impegno prosegue come sempre”. E non si esaurisce nella raccolta di cibo.