L’associazione D.i.Re - Donne in rete contro la violenza - ha espulso definitivamente la sua iscritta Artemisia in quanto colpevole di avvalersi nel suo centro dell’apporto anche di alcuni uomini. «Le nostre socie hanno deciso di riconoscere l’esistenza di un modello maschile positivo» si era difeso il comitato direttivo delle cacciate. La gerarchia suprema però ha messo sul piatto della bilancia la legge: lo statuto dice che in D.i.Re gli uomini sono banditi e quindi, o li cacci, o te ne vai tu. Un uomo che parla di violenza sulle donne senza premettere che noi maschi siamo tutti degli animali da rieducare, patriarcali senza neppure rendercene conto e condannati da uno stigma di genere, al giorno d’oggi è certamente una persona in cerca di guai; anche se non ha denunce per maltrattamenti nel suo curriculum e si è sempre smazzato da solo il dolore dell’abbandono. In effetti, le vittime non siamo noi; la paura che suscitiamo nell’altro sesso non potremo mai comprenderla davvero. Amo il rischio e tento una riflessione; le donne potranno sempre non leggermi, o non condividerla.

Premetto che se mi iscrivo a un’associazione, atto libero, mi viene più naturale seguirne le regole piuttosto che cambiarle. Quindi, a rigore di legge, l’espulsione di Artemisia di primo acchito non mi fa strano. Poi però mi chiedo a chi e a cosa giovi la cacciata e se il Daspo agli uomini in un gruppo di associazioni contro la violenza sulle donne sia un passo indietro o avanti nella reciproca comprensione dei sessi, imprescindibile per una diminuzione dei femminicidi. «Stiamo spingendo una riflessione di rinnovamento che fa fatica a essere compresa», lamenta amareggiata la presidente di Artemisia, ricordando che l’associazione è tra i fondatori di D.i.Re, e quindi suppongo tra chi ha redatto lo statuto sulla base del quale è stata mandata via. Queste poche parole rimandano all’idea di un gruppo di guerriere in cerca di vendetta piuttosto che a una rete di supporto delle donne, qual è lo scopo nobile dell’associazione, ma forse dipende dal fatto che sono state pronunciate da una donna che si sente ferita, o comunque incompresa, dalle sue consorelle.