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Pochi gesti plateali e attori in "profilo basso", mentre il regista Alireza Khatami accusa il Festival di essere uno "strumento del potere coloniale" e Jasmine Trinca invoca l'empatia
Chissà perché il tema palestinese non ha avuto la stessa eco durante il Festival del Cinema di Roma rispetto a quella avuta durante la Mostra del Cinema di Venezia. Gli attori hanno tenuto tutti un profilo pressoché basso, nessun eccesso plateale è stato registrato, segno, forse, che il tema sta passando di moda in certi ambienti, in attesa di un altro che sia capace di catalizzare le attenzioni. Tuttavia, questo non vuol dire che la Palestina non sia entrata anche durante questa manifestazione.
Alireza Khatami, regista iraniano-canadese vincitore per la migliore sceneggiatura di The Things You Kil ha mosso una generica accusa ai Festival del cinema, "di essere stati creati come uno strumento statale per servire gli interessi del potere coloniale". E ha aggiunto che "non siamo così ingenui, non siamo così stupidi. Non confondiamo il vostro razzismo così schietto con la neutralità. Non c’è neutralità nel genocidio e ci ricorderemo di chi è quel red carpet inzuppato di sangue". Un proclama come altri se ne sono sentiti negli ultimi mesi e due anni, che ha anche una sfaccettatura ipocrita, perché arriva durante uno di quegli eventi che lui stigmatizza, che però lo premiano. Qualcuno potrebbe anche obiettare che il regista potrebbe anche aver usato strumentalmente a proprio vantaggio quel palcoscenico per amplificare la propria voce. Un circolo vizioso senza testa né coda che potrebbe andare avanti all'infinito.






