L’ondata di politiche anti-scienza introdotte nei primi mesi del nuovo mandato di Donald Trump ha aperto una faglia profonda nel mondo della ricerca americana. Tagli ai fondi per il clima, revisione dei programmi di intelligenza artificiale, interferenze sui comitati etici federali: un contesto che, secondo l’American Association for the Advancement of Science, ha già spinto «centinaia di ricercatori a valutare il trasferimento all’estero».
L’Europa, fiutando l’occasione, ha reagito con tempismo. Da Vienna a Madrid, da Helsinki a Roma, i governi si contendono oggi quel capitale umano di altissimo livello che per decenni ha reso gli Stati Uniti il magnete globale della scienza.
L’asse Bruxelles–capitali: 500 milioni per “Choose Europe for Science”
Il motore è partito da Bruxelles. A maggio, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha lanciato il pacchetto “Choose Europe for Science”, una dotazione di 500 milioni di euro per il triennio 2025-2027 destinata ad attrarre ricercatori stranieri, semplificare i visti scientifici e migliorare la mobilità intra-UE.
L’iniziativa, presentata alla Sorbona insieme a Emmanuel Macron, prevede bandi competitivi rivolti a università, centri pubblici e privati, con incentivi per chi assume o ospita scienziati provenienti da Paesi extra-UE, in particolare dagli Stati Uniti. La misura si affianca ai fondi di Horizon Europe (93,5 miliardi di euro) e si propone di aumentare del 20% entro il 2027 il numero di ricercatori stranieri che lavorano stabilmente in Europa.






