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Ultimo aggiornamento: 7:40

“Una Pubblica Amministrazione forte è il motore dello sviluppo del Paese”, ha spiegato il Ministro per la PA Paolo Zangrillo quest’estate, chiarendo che “i dipendenti pubblici crescono, da 3,2 a 3,4 milioni di persone”. E questo non è “solo un numero” ma “la voglia di costruire un futuro nel settore pubblico fatto di crescita professionale, competenze e soddisfazione”. Tre aspetti che il Ministro ha riassunto in un trittico: “sapere, saper fare, saper essere: le tre chiavi per premiare il merito e formare una squadra forte, dove il talento di ognuno diventa valore per tutti”.

Da dipendente pubblico sono rimasto incuriosito da questa dichiarazione, di ottimi intenti. Incuriosito perché nella mia esperienza professionale in PA ho notato quanto gli enti pubblici, spesso, sottoutilizzino il proprio personale. E che tra i motivi ce ne sia proprio uno risolvibile e inesplorato, legato a quel trittico promosso dal Ministro: il riconoscimento delle qualifiche professionali dei dipendenti pubblici, ulteriori a quelle del profilo del concorso di assunzione.

Nella PA contemporanea, infatti, è comune trovare persone laureate che sono assunte tramite concorsi riservati a possessori di un titolo di studio inferiore: ad esempio laureati che entrano in concorsi per diplomati divenendo – nel gergo della PA – “Istruttori”. Queste persone si trovano così a lavorare nell’ente di assunzione usando solo una piccola parte delle proprie capacità e competenze, acquisite di certo successivamente ad un titolo di studio preso a 18-19 anni.