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La rivista scientifica "Ventunesimo secolo" racconta le politiche del Pci e dei suoi eredi

La penetrazione del gramscismo in ogni settore della vita culturale ha soffocato per decenni una parte significativa della storiografia contemporanea, accentuando il divario tra la ricerca delle fonti e l'accuratezza delle interpretazioni. Attraverso una memoria selettiva, ha alimentato un dibattito ingannevole che, partendo dalle necessità della lotta politica, si è diffuso nelle accademie, contaminandole. Non si è trattato tanto di una carenza di analisi, quanto di un accumulo di fatti storici volutamente distorti, sempre filtrati da un approccio ideologico che li caricava di giudizi aprioristici. Questa visione unidimensionale degli eventi passati è diventata un parassita che ha corroso ogni aspetto della ricerca, minando l'idea che, per sua natura, la ricerca storica non dovesse mai essere partigiana.

Ventunesimo Secolo (Franco Angeli Editore), la rivista diretta da Gaetano Quagliariello, ha dedicato il suo ultimo numero al tema: "Il Pci e i suoi eredi. Studi sulla transizione", esplorando le molteplici modalità con cui la battaglia politica ha influenzato la storiografia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Pci presentò sin da subito ai suoi militanti la scelta democratica come una decisione politica, piuttosto che come un atto etico e definitivo, gettando in questo modo le basi per quella doppiezza che lo avrebbe sempre caratterizzato.