Ieri il New York Times è riuscito a far piagnucolosa persino la newsletter del mattino: la mail ha tintinnato nella posta e il titolo era “So long, East Wing”, addio, ala est. A noialtri, obbligati a mandare a memoria ben altro addio quando avevamo dodici anni, con quella poveracrista di Lucia minacciata da don Rodrigo, costretta a mollare fidanzato, futuro, famiglia, casa e buttata su una barchetta per finire chissà dove, chissà con chi e per chissà quanto, c’è venuto da sbuffare. Ma visto che i grandi giornali, pure il Washington Post e il Wall Street Journal e il Guardian, hanno bisogno di una scatola di kleenex per elaborare la demolizione di un braccio della Casa Bianca, per di più in una nazione, gli Stati Uniti, dove un edificio non fa in tempo ad essere costruito che già gli sembra vecchio, viene da chiedersi se non abbiano tutto questo zelo nel giurarla a Donald Trump solo perché è Donald Trump.

Naturalmente, i giornalisti che parlano di fascismo incipiente anche per una ristrutturazione hanno ben chiara la cronologia dei lavori perché i coccodrilli che piangono quelle quattro mura di 123 anni sono corredati da articoli con la storia del 1600 di Pennsylvania Avenue, a partire da quando la residenza del presidente degli Stati Uniti venne costruita, nel 1800. Fu così danneggiata dai soldati britannici durante la guerra del 1812, che nel 1814 ci fu bisogno di una ricostruzione sostanziale. Il portico sud fu aggiunto nel 1824 da James Monroe, un balcone nel 1948 da Harry Truman, il portico nord nel 1830 da John Quincy Adams. L’ala ovest fu costruita nel 1902, durante l’amministrazione di Theodore Roosevelt, lo Studio Ovale nel 1909, con William Howard Taft, e poi ristrutturato e trasferito durante il primo mandato di Franklin D. Roosevelt. Insieme con l’ala ovest, nel 1902 fu aggiunta l’ala est, che fu modernizzata durante la Seconda Guerra Mondiale. La residenza del presidente fu sventrata e ricostruita da Truman nel 1948.