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Qualche mese fa, per migliorare la mia performance cognitiva, ho assunto una serie di sostanze – a metà tra i farmaci, gli integratori alimentari e le droghe – comunemente chiamate “nootropi”.

«Che cosa è un nootropo?» bisogna chiederlo al chimico e psicologo rumeno Corneliu Giurgea che coniò il termine, combinando le parole greche “nous”, mente, e “trope”, cambiamento, nel 1972 per indicare una tipologia di sostanze psicotrope con caratteristiche molto specifiche.

Stando alla definizione di Giurgea, un nootropo doveva contribuire al miglioramento dell’apprendimento e della memoria, proteggere il cervello da danni chimici e fisici e non avere gli effetti farmacologici tipici delle sostanze psicotrope quali sedazione e riduzione del coordinamento motorio. Giurgea coniò il termine studiando il piracetam, una sostanza che aveva sintetizzato una decina di anni prima anche con lo scopo di migliorare le performance cognitive.

Insomma, l’idea era di creare farmaci per fare stare meglio chi già stava bene. Era un approccio tipico della farmacologia sovietica che aveva creato anche sostanze come il phenibut e il phenylpiracetam, sintetizzate anche per aiutare i cosmonauti a rimanere calmi ma vigili nello spazio.