Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

25 OTTOBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 9:16

“La salute è un diritto, respirare è un diritto”. È questo lo slogan che il 21 ottobre migliaia di persone hanno scandito riempiendo le strade della città costiera di Gabès, nel sud-est della Tunisia, per chiedere la chiusura di un impianto statale del Groupe Chimique Tunisien (Gct), dedicato alla lavorazione dei fosfati e ritenuto dai residenti responsabile dell’aumento degli avvelenamenti da gas e dei gravi problemi di salute che affliggono la popolazione locale. La manifestazione, che ha visto la partecipazione di oltre quarantamila persone, è stata la più grande mai organizzata a Gabès ed è stata promossa insieme al principale sindacato del Paese, l’Ugtt, che per lo stesso giorno ha indetto uno sciopero generale. “A Gabès è tutto chiuso”, ha dichiarato Saoussen Nouisser, rappresentante locale del sindacato, spiegando che “siamo tutti arrabbiati per la catastrofica situazione ambientale nella nostra città emarginata”.

Lo sciopero generale e la manifestazione di massa arrivano dopo settimane di proteste locali, spesso represse con violenza dalla polizia e dall’esercito, che in diverse occasioni hanno fatto uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla. In alcune notti si sono verificati scontri tra residenti e forze di sicurezza, e decine di persone sono state arrestate lo scorso fine settimana. Al quotidiano panarabo The New Arab, Khayreddine Debaya, coordinatore del gruppo locale Stop Pollution, ha dichiarato che “oltre 100 persone sono state arrestate” solo sabato scorso. Già nel giugno scorso, tre manifestanti che avevano partecipato a una protesta a Gabès erano stati arrestati e condannati a pene detentive da due a quattro mesi per “disturbo dell’ordine pubblico”. Un rapporto di Amnesty International, pubblicato nello stesso periodo, denunciava la repressione degli attivisti ambientalisti nel Paese nordafricano, spesso arrestati, indagati o processati per aver manifestato pacificamente.