Basterebbe un solo esempio per mostrare - una volta di più - il pregiudizio e il malanimo dell’EC (Editorialista Collettivo) e della RU (Redazione Unica) contro Donald Trump. Se il Presidente Usa dice no (com’è probabile, anche se il discorso non è ancora chiuso) alla fornitura all’Ucraina di missili Tomahawk (armadi offesa), allora parte il solito coro per denunciare un Trump asservito alla Russia, mediatore sbilanciato, falso amico di Kiev. Se però lo stesso Presidente Usa dice sì (anche qui non ci sono certezze definitive, ma almeno secondo Kiev un primo semaforo verde ci sarebbe stato) alla fornitura all’Ucraina dei preziosi missili Patriot (sistema di difesa aerea), improvvisamente cala un silenzio di tomba. Ed è così tutte le volte. Se un episodio può tornare utile alla narrazione anti-trumpista, allora viene sottolineato e ingigantito; se invece c’è un altro episodio che potrebbe smentirla, allora si fa finta di nulla, non più di due righe in cronaca.

Ora, anche un bambino comprende quanto sia complicata e incerta la tessitura verso una ipotetica fine del conflitto tra russi e ucraini. Ed è certamente vero che da parte di Trump ci siano state oscillazioni, momenti di maggiore disponibilità verso Kiev e altri di prevalente attenzione alle pretese di Mosca. Ciò detto, però, c’è un punto logico che smonta tutta questa costruzione basata sull’ossessione antitrumpista: per quale misteriosa ragione Trump dovrebbe non augurarsi un buon esito della sua stessa mediazione? E ancora: per quale misterioso motivo dovrebbe orientarsi verso un compromesso del tutto sfavorevole agli ucraini? Ricorro appositamente all’armamentario dialettico delle brigate anti-Trump, che amano sottolineare il suo ego extralarge, il suo narcisismo, l’ambizione di essere premiato con il Nobel per la pace.