Una volta consegnata alla storia “Psv-Napoli 6-2”, si poteva pensare che, peggio della preparazione e della prestazione, non poteva esserci niente. Invece sorpresa (sarcasmo). La chiamano “scala Mazzarri”, quella delle lamentele, e Antonio Conte ha toccato il grado massimo mandando in onda il solito teatrino dei retropensieri, delle cose dette a mezza bocca, della mancata assunzione di responsabilità. La Champions è ancora lunga ma, a sentire le parole del mister, quella del Napoli sembra già terminata. Anzi, peggio: non si vede l'ora che termini. Un atteggiamento che certifica il mancato salto di qualità chiesto da De Laurentiis durante la festa scudetto («Spero si metta in gioco anche in Champions»). Il presidente, attento osservatore, sapeva. E ora avrebbe il diritto di chiedere spiegazioni.
Se Conte fallisce anche con questa Champions oggettivamente abbordabile (tra City e Chelsea c'erano ben sei partite fattibili contro Sporting, Psv, Eintracht, Qarabag, Benfica, Copenhagen), l'etichetta di “allenatore da campionato” non se la toglierà più di dosso. Nelle 29 partite giocate dal 2017 a oggi con Chelsea, Tottenham, Inter, Napoli ne ha vinte solo 8, pareggiate 10 e perse 11, con una media punti da comparsa (1,17). Non aveva in mano i top team europei, ma nemmeno delle società minori. Lui si giustifica dicendo di aver guidato squadre senza esperienza europea, ma non è credibile dato che quella stessa esperienza la osteggia. Conte è l'unico allenatore al mondo a non aver ancora capito che la Champions è un maestro per la crescita di un club. Se la fai bene, vale cinque campionati in termini di maturità.











