Stroumfakia, Lán jinglíng, Pitufos. Ti chiamo Puffo in tutte le lingue del mondo: greco, cinese, spagnolo… Sono sempre loro, gli omini alti circa quindici centimetri, nati per un caso di disnomia. Quando ci manca la parola giusta pur se la conosciamo – questa è la disnomia – intorno a noi si sprecano battute sul nostro rimbambimento.

Quando nel 1958, a pranzo, a Peyo (pseudonimo del fumettista belga Pierre Culliford) non viene la parola “sale”, con la richiesta al collega André Franquin “passami lo schtroumpf” nasce invece un mito. Divertito, Franquin risponde a tono: “Quando hai schtroumpfato lo schtroumpf, ripassamelo”.

Dall’invenzione linguistica a quella fumettistica il passo non è stato breve. Gli Schtroumpfs, da noi prima Strunfi e poi Puffi, perché l’adattamento iniziale si prestava a correzioni poco carine, sono introdotti da Peyo come personaggi marginali, capaci di costruire un flauto magico, in un episodio della saga medievale John e Solfamì.

Se questi nomi vi dicono poco, è perché ai due presunti protagonisti, già con la prima comparsa, i nanetti gliele avevano suonate, flauto o non flauto. I lettori infatti si affezionano subito agli Schtroumpfs, finché nel 1963 Peyo scrive la prima storia tutta per loro, nella quale diventano aggressivi per la puntura di un insetto malefico. Da allora il bulldozer blu non si è mai fermato fra fumetti, cartoons, film d’animazione e un merchandising sterminato. Il maggior collezionista è un italiano che ne possiede quasi ottomila. E dire che i Puffi “veri” sono solo novantanove, più un clone di Puffo Vanitoso che nasce dal suo riflesso nello specchio.