Dino Buzzati amava i fumetti. Li considerava una perfetta creazione letteraria di cui non si vergognava di essere, da sempre, un lettore appassionato e un sincero estimatore. «Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratti di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni», scrive nel 1968 nella prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, un Oscar Mondadori che raccoglieva sette storie classiche del personaggio ispirato all’Ebenezer Scrooge del Canto di Natale di Dickens. I due paperi protagonisti, i suoi preferiti, lo zio vestito alla marinara, sfortunato, lazzarone e presuntuoso, e lo «zione» con la tuba quasi nuova, avaro inflessibile, capitalista orgoglioso di esserlo, erano per l’autore del Deserto dei Tartari di una statura umana pari a quella dei famosi interpreti delle opere di Molière, di Goldoni, di Balzac. Non macchiette, scriveva, caricature che reagiscono meccanicamente alle più diverse situazioni secondo schemi scontati, ma creature che in ogni situazione sono sempre un po’ diverse da sé stesse, con quell’imprevedibilità tipica degli esseri umani. E quindi, sentenziava, «universali».
L'omaggio di «Topolino» a Dino Buzzati, a 120 anni dalla nascita dell'autore de «Il deserto dei Tartari»
Dei fumetti lo scrittore fu estimatore e pioniere. Ora il settimanale edito da Panini Comics ne rivisita tre storie. La prima esce il 13 maggio






