Si parla tanto di responsabilità sociale dell’imprenditore, ma essa, prima che in atti di solidarietà o simili, va cercata nel far bene il proprio mestiere e nel confezionare “buoni prodotti”. Vale anche per gli editori. Non è l’editoria militante, quella che punta all’indottrinamento, a cambiare il mondo. Anzi, l’editore non deve proprio porsi questo compito. Il suo compito è quello di offrire strumenti per capire il mondo, per aumentare la nostra consapevolezza, per rafforzare il nostro spirito critico, per aiutare e promuovere la libertà e la democrazia in questo modo indiretto ma sicuramente più solido e duraturo. Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e Mondadori, di tutto ciò è convinta e da qualche anno si è proposto di realizzarlo con un marchio tutto suo, una costola della casa madre, una casa editrice che porta il nome di suo padre, cioè di colui che più di chiunque altro si è adoperato negli ultimi decenni per affermare, in un paese come il nostro che ne è refrattario, il valore della libertà. Ne ha parlato in una bella lettera al direttore del Corriere della Sera pubblicata ieri dal giornale in prima pagina, con l’occasione datale dall’uscita per i suoi tipi di tre volumi che si interrogano sul nostro presente ipertecnologico e iperinformatizzato, sul nostro mondo dominato da poche Big Tech più potenti e forti degli Stati, sull’impatto che tutto questo avrà sulle nostre vite e sui nostri posti di lavoro. E ovviamente sullo stesso mondo editoriale.
Marina Berlusconi e il giusto allarme sull'informazione | Libero Quotidiano.it
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