Un saggio mi diceva sempre: «Entrare nell'editoria è facile, il difficile è uscirne». Pare che John Elkann abbia deciso di uscirne. O meglio, di lasciare l'attività della carta stampata in Italia e tenersi solo quella patinata, influente (e in utile) dell'Economist, il settimanale più prestigioso del mondo. Non c'è niente di strano, anche quella dei giornali è una storia di comprati e venduti, quello che è divertente è che nel portafoglio di Exor c'è una società che si chiama Gedi, che a sua volta controlla Repubblica e La Stampa.
Il quotidiano di Torino è una vecchia ed elegante signora a cui gli ultimi direttori hanno deciso di far ballare il foxtrot, spostandola troppo a sinistra e dunque sbagliandone il posizionamento. Il pezzo che conta davvero è il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, da sempre dipinto come giornale-partito, di sicuro l'ultimo bastione di osservanza democratica (ma non troppo). Elkann perde soldi, perde tempo, subisce grandi rotture di scatole,
che voglia vendere ci sta, dunque nessun dramma. Il problemone è del Pd, nel Pd, tutto del Pd. E qui il vostro umile cronista apre l'agendina, compone un numero di telefono e compulsa ogni singola parola di una sua fonte tripla A. Non ne posso rivelare il nome, ma la sagoma è di quelle che conoscono, sanno, vedono e non parlano (quasi) mai.






