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Qualche tempo fa mi sono trovato in un centro per anziani durante una sessione di arteterapia. Ero a Mala Danylivka, un sobborgo di condomini popolari sovietici immersi nel verde a pochi chilometri da Kharkiv, nell’Ucraina orientale. Il fronte corre a poco meno di trenta chilometri da qui. Erano trascorsi quasi due anni esatti da quando, nell’agosto del 2023, mi ero lasciato tutto alle spalle per trasferirmi in Ucraina e lavorare come reporter freelance di guerra e la scena che avevo davanti mi era diventata ormai familiare.
In una stanza rinnovata di fresco al pianterreno di una chruščovka degli anni Sessanta, quattordici persone erano sedute intorno a un tavolo con le teste, in gran parte canute, piegate su fogli di carta. A parte il rombo di un paio di caccia ucraini diretti a bombardare più a nord, nella stanza si sentiva solo lo scricchiolare di pennarelli e, in sottofondo, una musica rilassante che faceva venire voglia di chiudere gli occhi e mettersi a dormire.
Olha Tkachova, la psicologa dell’ONG italiana Intersos che viene qui circa una volta a settimana, aveva chiesto ai suoi beneficiari, il termine tecnico per quelli che in un altro contesto sarebbero i suoi pazienti, di disegnare un albero ai cui rami, invece di foglie, sono appese le cose che portano felicità nella vita. Aveva dato anche un suggerimento: per disegnare l’albero si può partire tracciando il contorno della propria mano.






