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Ultimo aggiornamento: 14:17
Nelle narici gli entra l’odore di sudore e calcestruzzo appena steso nel cantiere a San Lazzaro. La sua mano, scolpita dalla fatica in calli duri, si alza per dare un ultimo colpo di cazzuola. Poi, mentre lavorava in cantiere, Ait El Hajjam Brahim, muratore nato in Marocco 47 anni fa e padre di quattro figli, l’ha ammazzato l’estate: quella calda che in Italia rende le temperature roventi come lava che cola – ogni anno sempre di più. Quella dell’operaio a San Lazzaro è stata una morte sul lavoro e di lavoro più tragica e paradossale delle altre: è stramazzato sul cemento a luglio scorso, solo poche ore prima che venisse emanata dalla regione Emilia-Romagna un’ordinanza che vietava di lavorare nelle ore più calde a chi, come lui, doveva faticare nel luogo più spietato: sotto il sole. Sono le temperature in aumento il nuovo spartiacque economico in un mercato del lavoro sempre più precario e crudele, dove perfino l’ombra è diventata un privilegio.
Ad agosto 2024, mentre il calore gli squagliava il cielo in testa e la terra sotto i piedi, Dalvir Singh, uno dei braccianti indiani che ogni giorno coltivano le terre intorno a Latina, per picchi d’afa rovente, ha smesso di respirare ed è morto. Nello stesso mese l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che oltre 2 miliardi di lavoratori sono esposti al caldo estremo nei luoghi di lavoro: i numeri degli infortuni annuali emersi a galla parlano di 22 milioni di vittime, quasi 20mila sono invece i decessi. Adesso conferma la crisi lavorativa ed ambientale anche l’ultima indagine Osh Pulse 2025: circa un lavoratore su tre nell’Ue (il 33%) è esposto a rischi legati ai cambiamenti e rischi climatici estremi.






