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22 OTTOBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 12:23
Non è stato “un comizio d’odio contro l’America”, come preconizzato da Mike Johnson, speaker della Camera. Non è stato un raduno di “immigrati clandestini, terroristi di Hamas e violenti criminali che sono la base politica del partito democratico”, come anticipato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. È stata invece una festa, giocosa e irriverente, di attivisti, famiglie con bambini, cittadini, che hanno sfilato, cantato, urlato in centinaia di città USA contro le politiche di Donald Trump. Difficile fare una stima precisa, ma milioni di americani hanno preso parte sabato al “No Kings Day”. L’affluenza, di molto superiore a quella registrata in giugno a un’analoga giornata di protesta, ha sorpreso gli stessi organizzatori e rivela il grado di esasperazione, di opposizione che l’amministrazione Trump ha creato in settori significativi di popolazione. È però proprio il successo del “No Kings Day” a stimolare una riflessione su presente e futuro del partito democratico e dei progressisti USA. E qui, più che certezze, si incontrano limiti, dubbi, problemi.
Sono molte le ragioni che hanno spinto milioni di americani a protestare. Tra queste, la violenta campagna anti-immigrazione del presidente, la sua politica sui dazi, il dispiegamento della Guardia Nazionale nelle città, i tagli all’amministrazione pubblica, la piega sempre più autoritaria che hanno preso i suoi ordini esecutivi e le sue direttive. Sabato al centro della protesta c’era ovviamente sempre lui, Trump, che secondo i critici si comporta come un “re”, in un Paese che i re li ha sempre combattuti. A una prima, veloce considerazione, pare del tutto naturale che la mobilitazione si sia concentrata in modo così diretto ed esclusivo sul presidente. Le proteste sono sempre “contro” qualcuno o qualcosa. E Trump è appunto il presidente, colui che in questi anni ha incarnato le politiche più populistiche e conservatrici della destra americana. Le due cose, sommate, porterebbero dunque a ciò che abbiamo assistito. Un atto di potente, radicale rigetto di Donald Trump.










