“Attenzione, la plastica del biberon è cancerogena”, “Il veleno nel biberon”. Questi titoli, apparsi su quotidiani nazionali alla fine del 2000, non erano semplice allarmismo. Bensì l’apice di una battaglia scientifica e politica durata un decennio, che ha portato fino alla messa al bando di una delle sostanze più onnipresenti del ‘900: il Bisfenolo A (BPA), minaccia silenziosa che si nasconde nel cuore della nostra quotidianità. La sua storia è un manuale di come l’evidenza scientifica, spesso contrastata, possa fare da fulcro di un cambiamento epocale.
Ma facciamo un passo indietro.
Sintetizzato per la prima volta nel 1891 dal chimico Aleksandr Pavlovich Dianin, passano circa quarant’anni prima che si comincino a valutarne i primi ambiti di applicazione. Il BPA viene inizialmente studiato come estrogeno sintetico. Scartato poi in ambito medico, trova nuova vita nell’industria delle plastiche degli anni ’50, come componente del policarbonato a cui conferisce trasparenza, resistenza e indistruttibilità. Il BPA entra così in ogni casa, ovunque nel mondo: biberon, bottiglie d’acqua, stoviglie, scatolette di tonno o pelati in forma di rivestimento, giocattoli, persino nella carta termica degli scontrini.






