Quella che si è verificata in aprile è stata una «rivolta democratica» senza precedenti in seno alla Cei; mai, infatti, era accaduto che un documento ufficiale predisposto dagli uffici della Conferenza Episcopale italiana fosse bocciato con una così ferma e quasi totale levata di scudi. Dopo la batosta monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Carpi e vicepresidente Cei per l’Italia settentrionale che aveva presieduto i lavori di quell’assemblea sinodale, cercò di sdrammatizzare sottolineando che «le moltissime proposte di emendamento avanzate dai 28 gruppi di lavoro richiedono un ripensamento globale del testo». In realtà, dopo la lavata di capo fattagli da Papa Francesco, lo stesso Castellucci aveva fatto dietrofront facendo filtrare l’intenzione di «non voler cambiare una virgola» di quel documento. Moltissimi vescovi avevano criticato le parti del documento riguardanti donne, persone omosessuali e transgender ritenendole «poco chiare e necessitanti di un’elaborazione più approfondita».