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Ultimo aggiornamento: 12:59
Nel giorno in cui una ragazza di 29 anni è stata uccisa con 34 coltellate, la maggioranza in Commissione Cultura approva un emendamento che vieta per legge l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole primarie e medie. Un tempismo agghiacciante, che racconta meglio di qualsiasi discorso la distanza abissale tra la realtà e le scelte di chi governa.
Mentre nel Paese continua una strage silenziosa, oltre settanta donne uccise dall’inizio dell’anno, la risposta politica non è più prevenzione, non è più educazione, non è più consapevolezza. È censura. È paura. È oscurantismo. Si sceglie di impedire alle nuove generazioni di imparare il rispetto, di comprendere le emozioni, di costruire relazioni sane, di riconoscere la violenza prima che sia troppo tardi. Si sceglie di lasciare bambine e bambini soli, immersi in un mondo che parla di sesso con la voce della pornografia più brutale, che mostra corpi come oggetti, che insegna il dominio invece della reciprocità.
L’educazione affettiva e sessuale non è un capriccio ideologico: è un diritto. È uno strumento di libertà e di prevenzione, un modo concreto per contrastare la violenza di genere e il bullismo, per educare alla parità, al consenso, alla dignità. Bloccarla significa negare ai nostri figli e alle nostre figlie la possibilità di crescere con la consapevolezza che l’amore non è possesso, che il corpo non è vergogna, che l’altro non è un nemico da controllare.








