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"Pace" raggiunta non col dialogo tra nemici. Qatar, Turchia e Egitto mediatori non neutrali

La pace si fa tra nemici. È il primo requisito di ogni negoziato. Ed anche il principale problema del cessate il fuoco che Donald Trump spera di trasformare in pace "eterna" per tutto il Medioriente. I risultati purtroppo si vedono. A neanche una settimana dalla restituzione degli ostaggi israeliani ancora in vita e dalla liberazione di quasi duemila prigionieri palestinesi, le intese scricchiolano. E i venti di guerra tornano a spazzare le rovine della Striscia. La ripresa degli scontri è una delle principali conseguenze di accordi raggiunti non facendo dialogare i veri avversari, ma delegando le intese a garanti e procuratori. Gli Stati Uniti per Israele. Il Qatar, la Turchia e, in misura minore, l'Egitto per Hamas. Con due problemi aggiuntivi. Il primo è l'assenza di un mediatore autenticamente neutrale capace di indicare colpe e mancanze delle due parti in causa. Il secondo è l'assenza di un accordo preciso concordato fin nel minimo dettaglio e approvato punto per punto dai due avversari. Prendiamo la questione fondamentale del disarmo di Hamas. Nell'interpretazione di Israele la consegna delle armi dovrebbe essere immediata e incondizionata. Nella lettura di Hamas e dei suoi garanti è un processo destinato a durare anni e portare alla trasformazione del gruppo armato in una struttura politica capace, con l'appoggio dei "padrini" di Qatar e Turchia, di giocare un ruolo nella futura amministrazione della Striscia.