MILANO - Non un litigio, «bensì una vera e propria spedizione» omicida «decisa almeno la settimana antecedente, se non prima ancora, munendosi del duplicato delle chiavi dell'abitazione della vittima». E quando martedì, alle dieci di sera, Gianluca Soncin ha fatto irruzione a casa di Pamela Genini era pronto a uccidere. Si è presentato con due coltelli a serramanico, parte di un piccolo arsenale sequestrato nella sua casa di Cervia composto da una pistola, alcune scacciacani e altri tredici cutter. Uno l'ha lasciato in macchina e l'altro, con una lama lunga nove centimetri, l'ha usato per infierire sulla giovane che voleva lasciarlo. «Il filo conduttore che ha spinto l'autore del reato, ben prima di entrare nell'appartamento, è quindi quello del "o con me o con nessun altro», scrive il gip Tommaso Perna nell'ordinanza con cui ha convalidato il fermo e disposto il carcere per omicidio pluriaggravato. Dalla premeditazione, dalla crudeltà, stalking e futili motivi.
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Soncin è in isolamento a San Vittore, per lui il giudice ravvisa il pericolo che «nella sua follia omicidiaria possa prendere di mira anche» Francesco, ex fidanzato e amico della ventinovenne con cui era al telefono pochi istanti prima del delitto. È lui a mettere a verbale le minacce pregresse nei confronti di Pamela inflitte dal sedicente imprenditore con affari non limpidi e accertamenti in corso in materia di droga, a raccontare mesi di botte, di un tentativo di strangolamento, della pistola puntata alla pancia e a fornire agli inquirenti una foto della giovane con il volto segnato. Ma l'odio dell'arrestato potrebbe riversarsi su un ulteriore obiettivo: «Ha minacciato di morte la madre della vittima e non si può allo stato escludere che porti a compimento anche tale gesto, preannunciato più volte». Ieri davanti al giudice Soncin, 52 anni, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Sempre freddo, distaccato e indifferente come era apparso nell'immediatezza del massacro. «Era dimesso, non ha ancora preso consapevolezza di quanto accaduto. Non è lucido», ha spiegato il suo ex legale d'ufficio Simona Luceri. Per il gip, invece, quando si è introdotto nell'appartamento di via Iglesias sapeva benissimo cosa fare. Dopo aver tentato di convincere Pamela a restare con lui, «constatato che era impossibile ottenere con la forza quello che desiderava, o più propriamente, pretendeva, Soncin ha optato per l'originario piano di toglierle la vita». E «nella disperazione della tragicità, la vittima ha persino tentato di rabbonire il carnefice accettando le sue condizioni», sottolinea il giudice. Lui aveva già cominciato ad affondare la lama, lei lo pregava di fermarsi, tentava di ammansirlo, terrorizzata accettava addirittura di non lasciarlo: «Non lo farò più. Ti amo. Smettila, ho una famiglia», l'implorazione udita da una coinquilina accorsa alle grida. Pamela era in ginocchio, sanguinante, ha capito che stava per morire. Soncin «ha tirato ben 24 fendenti, di cui molti di essi non hanno attinto organi vitali, con la conseguenza che hanno determinato una sofferenza non trascurabile alla vittima, che peraltro per un tempo allo stato non quantificabile, ma sicuramente non istantaneo, ha acquisito consapevolezza dell'imminente fine».












