In Italia abbiamo due misure che scoraggiano rispettivamente la produzione di plastica monouso (plastic tax) e il consumo di bevande zuccherate (sugar tax), per tutelare la salute dell’ambiente e delle persone. Lo fanno nel modo che spesso è il più efficace, cioè colpendo il portafogli. Se non ve n’eravate mai accorti, è perché non sono mai entrate in vigore. Sulla carta esistono, perché sono state introdotte entrambe con la legge di bilancio 2020, ma la loro applicazione è stata ritardata più e più volte. Il 14 ottobre, la presentazione del Documento programmatico di bilancio è stata l’occasione per annunciare un altro rinvio, l’ennesimo: entrambe le misure entreranno in vigore non prima di gennaio 2027. A pagarle dovrebbero essere le aziende, non i cittadini. Ma non è da escludere che i costi vengano scaricati, almeno in parte, sui prezzi finali di vendita. Ammesso e non concesso che, prima o poi, le due tasse si concretizzino davvero: e arrivati a questo punto è lecito dubitarne.Come dovrebbe funzionare la plastic taxDi plastic tax nella politica italiana si discute animatamente addirittura dal 2019. Da allora è entrata in vigore anche nel nostro Paese la direttiva europea Sup che bandisce una serie di articoli in plastica monouso (sebbene con una significativa deroga per le plastiche biodegradabili e compostabili che le istituzioni europee non avevano previsto). Ma della tassa nemmeno l’ombra: doveva scattare nel 2020 ma è stata puntualmente posticipata.L’imposizione dovrebbe essere di 0,45 euro al chilo per i prodotti in plastica monouso e gli imballaggi contenenti plastica vergine non riciclata (i cosiddetti Macsi). Con parecchie eccezioni, perché non si applica alle plastiche provenienti da riciclo né a quelle compostabili certificate, ai dispositivi medici e agli imballaggi dei farmaci, e nemmeno a bidoni, taniche e altri contenitori durevoli. In più, vale soltanto per i prodotti commercializzati in Italia.Il sollievo dei produttori di plasticaIn Italia la filiera della plastica è una potenza, con un giro d’affari di oltre 26 miliardi di euro. A rappresentare i trasformatori è Unionplast che descrive la proroga come “una decisione di buon senso e di responsabilità”. “Serve una riforma strutturale e una visione di lungo periodo, che premi chi innova e produce in modo sostenibile”, commenta il presidente Massimo Centonze. Confidando nel fatto che “questo tempo venga utilizzato per arrivare alla cancellazione definitiva della plastic tax, sostituendola con politiche che accompagnino davvero la crescita sostenibile del Paese”.Già nel 2023 Greenpeace faceva notare che ogni rinvio corrisponde a un mancato gettito fiscale, stimato in 1,2 miliardi di euro per i primi tre anni di non attuazione. Soldi che lo Stato avrebbe potuto spendere anche per coprire il contributo che Bruxelles esige per gli imballaggi in plastica non riciclati.Niente da fare (di nuovo) nemmeno per la sugar taxLa storia si ripete con la sugar tax, anch’essa prevista nel 2020 e rimandata più e più volte. Il bersaglio stavolta sono le bevande zuccherate, con l’auspicio di disincentivarne il consumo. D’altra parte, l’Istituto nazionale di statistica (Istat) testimonia che l’eccesso di peso è un problema per quasi la metà degli adulti (il 34,6% è sovrappeso e un altro 11,8% è obeso) e per un giovane su quattro nella fascia 3-17 anni. Ma, anche in questo caso, evidentemente le pressioni dell’industria sono state più forti di quelle per la tutela della salute pubblica.Così, come prima cosa è stata abbassata l’aliquota. Inizialmente si parlava di 10 euro per ettolitro per le bevande già pronte al consumo e di 0,25 euro al chilo per i concentrati o gli sciroppi da diluire in acqua, ma gli importi sono stati ridotti rispettivamente a 5 e 0,13 euro. Tant’è che l’Istituto Mario Negri parlava di “aumenti irrilevanti che potrebbero non portare a una diminuzione dei consumi”.Ma nemmeno in questa versione più innocua la sugar tax è riuscita a reggere alle pressioni dell’industria, come dimostra questo ennesimo rinvio. Il presidente di Federalimentare, Paolo Mascarino, plaude al governo per “non aver ceduto a pressioni di ordine ideologico e per aver compreso come gli interessi delle imprese coincidano con quelli del Paese”.