Roma, 15 ott. (askanews) – Nell’ultimo quinquennio il volume d’affari dell’olio d’oliva in Giappone ha registrato una crescita importante, passando da 49MM yen di fine 2019 ai quasi 60MM dell’anno scorso. Un segnale positivo per il comparto solo in parte dovuto all’aumento dei costi della materia prima che ha controbilanciato il calo dei litri venduti. Una occasione per il settore e, secondo Zefferino Monini, presidente e amministratore delegato di Monini, nell’attuale congiuntura “fortemente condizionata dall’incognita dei dazi decisi dall’amministrazione Trump e dalle ricadute imprevedibili che potrebbero avere, ritengo che sia un dovere delle imprese ricercare mercati internazionali alternativi dove esportare. Per i trend degli ultimi anni, per la sua capacità ricettiva potenziale ancora in parte inespressa e per l’attenzione dei consumatori alla qualità del prodotto, il Giappone è sicuramente un mercato di crescente importanza”.
Quello giapponese è infatti diventato un mercato strategico per l’agroalimentare italiano e soprattutto per l’olio di oliva. La vivacità dei consumatori, seppur con una conoscenza ancora piuttosto limitata in termini di qualità e varietà del prodotto, sta contribuendo al successo della categoria ormai permanentemente presente tra i condimenti a scaffale. L’olio di oliva è diventato una commodity, diffusa sia nei prestigiosi specialty stores e department stores che tra i giganti della grande distribuzione nipponica fino ai convenience store ed ai discount, entrando sempre più frequentemente nelle liste della spesa delle famiglie giapponesi.






