TEL AVIV – Chiamatelo un intellettuale “critico ma non ostile”, come lui stesso si definisce. O “coscienza” come lo ha definito spesso la stampa internazionale. Amos Gitai è molte cose: regista, scrittore, architetto: ma è anche – e soprattutto, ai fini di questa conversazione – un fine osservatore della realtà israeliana: uno che al suo Paese non ha mai fatto sconti, raccontando in film e spettacoli teatrali gli errori e gli orrori degli ultimi decenni, senza mai far mancare il punto di vista dell’altro: che sia palestinese o iraniano. Lo incontriamo nella sua casa di Tel Aviv, la città dove – insieme a Parigi – vive: e dove è appena tornato per preparare uno spettacolo per i trent’anni dalla morte di Yitzhak Rabin, ucciso il 4 novembre 1995.
Signor Gitai, neanche il tempo di arrivare e la Storia bussa alla sua porta. Non è la prima volta che accade e le facciamo una domanda riservata a chi ne ha viste già passare tante: è una pace questa? O una pacificazione temporanea?
“A volte paragono la situazione qui in Israele alla violenza domestica. Se i tuoi vicini di casa si picchiano a vicenda, devi bussare alla porta e dire: "Ehi ragazzi, è ora di smetterla". Ora sta succedendo questo. Quando Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia avrebbe riconosciuto la Palestina, ho pensato che fosse una cosa positiva. Ma chi si sarebbe poi aspettato - qualunque cosa pensiamo di lui - che sarebbe arrivato Trump e sarebbe stato così efficace: lo è stato, ha fermato la guerra, liberato gli ostaggi e fermato la distruzione di Gaza, i bombardamenti, la carestia. Le cose cambiano e non sempre non nel modo previsto. Aveva ragione mia madre quando diceva che è bene rimanere vivi per farsi sorprendere”.






