Amos Gitai è un regista israeliano, nato nel 1950 a Haifa. Lei ha pubblicato un libro di lettere di sua madre Efratia Margalit’, e uno su suo padre, Munio Weinraub Gitai?«Mi piacciono le persone che mi hanno coprodotto! Mia madre è nata a Tel Aviv nel 1909, l’anno della sua fondazione, e a 18 o 19 anni, sentendosi un po’ provinciale, era andata a Vienna a conoscere Freud. Nel 1932 andò a Berlino, vide Hitler parlare in Alexanderplatz, e decise di tornare. Mio padre veniva da una cittadina relativamente provinciale nella Silesia, e finì dritto nella scuola di arte e architettura più all’avanguardia all’epoca, Bauhaus». Perché suo padre andò in Israele quando Mies van der Rohe e gli altri membri di Bauhaus scelsero gli USA?«Negli anni ’30 studiava e lavorava per van der Rohe. Hitler andò al potere nel gennaio 1933, e ad aprile furono varate le leggi contro gli ebrei. Una settimana dopo, venne prelevato insieme ad altri quattro studenti di Bauhaus, picchiato malamente e incarcerato. La sua amante, una tedesca, lo aiutò a partire per la Svizzera, con l’assistenza di Paul Klee nell’attraversare il confine. A un certo punto, gli svizzeri iniziarono a restituire gli ebrei tedeschi a Hitler, e quasi tutti i suoi maestri partirono per Chicago o New York, ma lui era entusiasta dell’esperimento sociale dei kibbutz. Andò nella Palestina Britannica, come veniva chiamata all’epoca, e ottenne un certificato che i britannici rilasciavano soltanto agli immigrati ebrei che avevano un mestiere, motivo per cui molti non poterono mettersi in salvo». Sua madre era nata in Israele, suo padre ci arrivò perché costretto a fuggire dall’Europa…«In Israele, c’erano quelli venuti per ideologia, come la famiglia di mia madre, sorta di anarco-socialisti che sognavano una società moderna. Non religiosa, non tradizionale ebraica, non erano religiosi, anche se erano fieri di essere ebrei. Quando mia madre nacque, in questa famiglia di socialisti emigrati dalla Russia, in Palestina c’erano soltanto 50 mila ebrei. Munio apparteneva agli espulsi dall’Europa, la sua era una scelta di vita o di morte». I suoi genitori credevano nella nascita dello Stato d’Israele?«La famiglia di mia madre ci credeva, e lavorava per questo. Quando la gente attribuisce la nascita di Israele all’Olocausto, si sbaglia, il progetto nacque molto prima del 1948, all’inizio del XIX secolo, dalla prima ondata di immigranti della modernità». Israele nacque come Paese socialista, dove per anni anche i non ebrei andavano a sperimentare i kibbutz. Nell’idea del giudaismo moderno, gli ebrei divennero all’improvviso esperti agricoli, soldati, piloti. Quando è cambiata questa immagine?«Trasformare l’immagine degli ebrei, da quella di mercanti e intellettuali a soldati e contadini, è il retaggio del movimento laburista. Tutto cambiò quanto i laburisti persero a metà degli anni ’70, con l’arrivo del Likud di Menachem Begin. Un sondaggio commissionato dalla destra chiese alla popolazione se si definivano ebrei o israeliani. I primi votavano di solito a destra e i secondi per i laburisti». Come vede il suo lavoro cinematografico e teatrale, e come ha mostrato i cambiamenti?«Non credo che l’arte cambi la realtà direttamente. Sono stato invitato in Spagna a parlare all’anniversario del bombardamento tedesco di Guernica, nell’aprile 1937. Ho detto che nella sfida tra Franco e Picasso, Picasso perse, ma alla lunga vinse. Oggi, se pensate alla guerra civile spagnola, pensate a un solo dipinto, Guernica, forse l’unica opera di Picasso che tutti ricordano. L’arte può rispondere alla politica preservando la memoria, ma non influisce sulle elezioni nell’immediato». Lei vive e lavora tra Israele, dove aveva anche combattuto, e la Francia, dove può sperimentare l’antisemitismo europeo?«Il problema di Israele è l’essere diventato troppo forte militarmente. Pensa di poter risolvere qualunque problema con la forza. Ma la forza è una debolezza. Pensano di poter vincere distruggendo Gaza. Non so più nemmeno cosa significhi “vincere”. Una buona parte degli israeliani che amano quel Paese – perché possiede tante cose da amare, la creatività, la qualità umana – è devastata, sente di essere ostaggio di un regime che non vuole sentire ragioni che non siano la forza». Gli artisti israeliani stanno andando via?«Il problema è che molti vengono respinti e boicottati nel resto del mondo. Se si rifiuta di accettare un israeliano perché israeliano, prima di tutto è razzismo. Secondo, non fa che aiutare l’attuale governo israeliano, che vuole farci sentire claustrofobici». Il boicottaggio viene applicato anche agli artisti russi, cosa ne pensa?«Non importa se sono russi o israeliani, se sostengono l’oppressione degli altri, che siano ucraini o palestinesi, potete revocargli l’invito. Ma ci sono anche artisti che combattono per i diritti dell’altro, e non potete respingerli, perché così non aiutate lo scontro interno ai loro Paesi». Lei si trova ora a Tel Aviv, mentre a Gaza c’è una nuova esplosione di violenza. Come riesce a vivere in un Paese così cambiato?«È difficile, perché abbiamo un governo guidato da un tizio che si è divorato tutto Machiavelli. È un manipolatore di altissimo livello, e chi si oppone al governo viene sottoposto a una pressione mentale fortissima. Eppure ogni sabato decine, a volte centinaia di migliaia di persone vanno a protestare, ormai da più di due anni». Sembrano venire ignorati.«Sì, subiscono addirittura la violenza della polizia, ma continuano, ogni sabato. Se il regime continuerà così potrebbe distruggere il Paese. È quello che stanno facendo molti leader, anche in America, distruggere le università, i centri della cultura, quello di cui ogni società democratica moderna ha bisogno come dell’ossigeno. Sarebbe una tragedia, perché gli americani ce la faranno, sono un Paese grande e forte, con strutture costituenti molto più robuste. Israele invece è un Paese fragile, circondato da un ambiente ostile».