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All’inizio degli anni Novanta Lars Chittka stava studiando la capacità delle api di riconoscere i colori per il suo dottorato in neuroscienze all’Università libera di Berlino. Per farlo doveva sottoporre le api a esperimenti invasivi e quando chiese a un docente di botanica se volesse aiutarlo con i suoi studi ricevette una risposta indignata: il professore non voleva avere niente a che fare con un torturatore di insetti.

All’epoca quell’indignazione sembrava assurda: gli insetti erano ritenuti semplici automi, privi di emozioni e consapevolezza. Oggi, dopo decenni di studi sul loro comportamento e sulla loro intelligenza, quel rifiuto appare molto diverso perfino a Chittka, che negli anni è diventato uno dei più grandi esperti sul modo in cui gli insetti percepiscono il mondo che hanno intorno. Le ricerche più recenti suggeriscono infatti che gli insetti possano provare stati mentali complessi, forse perfino sofferenza, aprendo un dibattito articolato sulle implicazioni etiche del nostro rapporto con loro, dagli esperimenti di laboratorio all’agricoltura intensiva.

Tra le incertezze c’è un dato scientifico ormai acquisito: molti insetti possiedono e dimostrano chiaramente di avere la nocicezione, cioè la capacità di rilevare stimoli potenzialmente o effettivamente dannosi. È il meccanismo di base che porta ad avere una rapida risposta per proteggersi da una minaccia, qualcosa di paragonabile alla reazione che abbiamo quando sfioriamo una padella rovente e allontaniamo all’istante la mano per evitare un’ustione. Avere la nocicezione non significa però provare dolore.