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14 OTTOBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 13:45
“Se troverò il coraggio, ti telefono domani”. Chissà se Eugenia Roccella si è fatta ispirare dal verso di Replay, la canzone di Samuele Bersani. Senz’altro, dopo l’uscita sulle “gite” ad Auschwitz, un po’ di coraggio deve essere servito alla ministra della Famiglia per alzare la cornetta e comporre il numero di Liliana Segre. La telefonata di chiarimento, se non di scuse, dovrebbe essere avvenuta nel pomeriggio di lunedì. Anche se l’uso del condizionale in questo caso è d’obbligo, visto che attorno all‘effettiva risposta della senatrice a vita non c’è molta chiarezza. Per Palazzo Chigi, “si sono sentite telefonicamente”, ma fonti di Repubblica smentiscono che Segre abbia accettato la chiamata.
La senatrice a vita è rimasta profondamente sdegnata, così come molti membri della comunità ebraica nonché dell’opposizione, per le parole della ministra. Sdegno che non è stato certo mitigato dal successivo silenzio in cui ha preferito chiudersi il governo. La presa di distanza di Giorgia Meloni, così come in generale dell’esecutivo e del mondo della destra, non è mai arrivata. L’unica che continua a rilasciare dichiarazioni sul tema è la stessa Roccella che, tra un’intervista e un’ospitata televisiva, ha cercato di giustificarsi rispetto a ciò che ha detto: ovvero che le “gite” ad Auschwitz per lei sono state solo “un modo per ribadire che l’antisemitismo era una questione fascista e basta”. Parole dalle quali Segre, in quanto superstite della Shoah, deportata proprio ad Auschwitz dopo l’arresto nel gennaio del 1944, si è sentita offesa: “La verità storica fa male a chi ha degli scheletri nell’armadio”, ha risposto la senatrice a vita. Un “falso storico”, secondo la fondazione Memoriale della Shoah di Milano. “Un modo per sminuire le colpe del fascismo“, secondo la scrittrice Edith Bruck, anche lei sopravvissuta ai campi di sterminio.














