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Ultimo aggiornamento: 7:55
Nel centrodestra li immaginavano come forche caudine, spietate sessioni inquisitorie per sbarazzarsi dei giudici “mentalmente disturbati” di berlusconiana memoria. E invece, all’atto pratico, i famigerati test psicoattitudinali per gli aspiranti magistrati saranno qualcosa di molto più innocuo: dei semplici questionari per valutare “l’idoneità cognitiva” dei candidati, cioè le loro capacità di ragionamento e apprendimento, senza indagare in alcun modo sulla presenza di patologie psichiatriche o disturbi di personalità. Insomma, un filtro all’acqua di rose, quasi risibile per chi – come prevede la legge – ha già superato le tre difficilissime prove scritte del concorso. La beffa per il governo – che vede sterilizzata una delle più importanti misure-bandiera contro le toghe – arriva dal Consiglio superiore della magistratura, a cui lo stesso esecutivo aveva affidato il compito di individuare le prove da sottoporre ai futuri giudici e pm. Dopo un lungo ciclo di audizioni di esperti, la Sesta Commissione ha approvato una proposta di delibera (relatori i consiglieri Roberto Fontana ed Eligio Paolini) in cui definisce l’orientamento da adottare nei lavori, escludendo, per l’appunto, qualsiasi accertamento psichiatrico. Una scappatoia, paradossalmente, resa possibile proprio dalla “precisa scelta terminologica” di prevedere un test “psicoattitudinale”, che – si legge – è uno “strumento psicometrico impiegato per valutare attitudini specifiche e si distingue nettamente dal test clinico, utile”, invece, “per diagnosi psicopatologiche”.






