Uno scenario all'insegna del trionfalismo, esaltato nei proclami di reciproca amicizia eterna esibiti coram populo, alla Knesset, da Donald Trump e Benyamin Netanyahu, dopo due anni di sangue e tenebra agli occhi del mondo: anni di "orrori e sofferenze", nel verdetto di un alleato come Keir Starmer, consumatisi fra le macerie della Striscia di Gaza.

Questo doveva essere e questo è stato il copione interpretato dal primo ministro israeliano nella giornata della liberazione degli ostaggi sopravvissuti a un'interminabile cattività nelle mani di Hamas. Costretto tuttavia a lasciare il centro del palco al presidente-magnate degli Usa: "Il migliore amico che Israele abbia mai avuto", come si è affrettato a omaggiarlo, dando voce al sollievo collettivo della sua gente.

Parole dietro le quali si nasconde del resto anche qualche segnale di distinguo. Testimoniato dalla rinuncia annunciata in extremis dal medesimo 'Bibi' alla cerimonia del vertice collettivo di Sharm El-Sheik, in Egitto, dove inizialmente la sua presenza era stata confermata sulla scia delle pressioni esercitate proprio da Trump: nell'ambito di una telefonata con il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, nella quale l'inquilino della Casa Bianca aveva spinto il premier d'Israele a inserirsi.