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Ultimo aggiornamento: 18:13

Sarebbe rassicurante pensare che Gaetano Maranzano, reo confesso dell’assassinio di Paolo Taormina, sia un mostro, un matto da legare suggestionato da quel gran sobillatore di Saviano, ma temo che non sia così: delle “cinquanta sfumature” nere della violenza, Maranzano occupa certamente quella più scura, che però senza soluzione di continuità rimanda al paradigma dell’abuso di potere ed il “pesce puzza sempre dalla testa”.

Ho riguardato una decina di volte, incredulo ed allibito, il video che Maranzano ha fatto su TikTok, sapendo che presto sarebbe stato arrestato. Non ha pensato di scappare o di costituirsi, ha pensato ad esibirsi, grottesco emulo di Totò Riina, ma non di quello vero (le registrazioni indimenticabili non mancano), quello rifatto ad uso e consumo dei telespettatori, finendo per risultare un patetico sotto prodotto della narrazione mafiosa.

Altri più attrezzati di me potranno illuminare il circuito vizioso tra violenza agita e la sua rappresentazione social, tra estetica mafiosa e disperata ricerca di una identità alla quale aggrapparsi per difendersi dal nulla che gorgoglia nelle gole fino a soffocare. Io mi limito a riflettere sul capovolgimento dell’osceno: l’abuso violento non è più da nascondere, come avveniva nel teatro antico che consumava l’omicidio fuori-scena, è anzi da mostrare come cifra di una umanità che si pretende valente, ardita, capace di fare per davvero e non soltanto di chiacchierare inutilmente.