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Ultimo aggiornamento: 11:35

Abbiamo finalmente trovato, dopo un lungo periodo oscuro, una discreta batteria di attaccanti, con un giocatore che ha liberato il suo potenziale (Kean, peccato la distorsione alla caviglia), un italo-argentino che non si è smarrito nelle distese di sabbia arabe (Retegui, complimenti per l’uso della lingua di Dante) e un potenziale fuoriclasse che ha segnato il primo gol in azzurro con un colpo d’autore (Esposito, Pio di nome e di fatto). Nella notte di Tallinn, con l’ombra della papera di Donnarumma (capita a tutti, meglio quando non incide sul risultato), l’Italia ha reagito bene al 5-0 pomeridiano della Norvegia su Israele, ottenendo la terza vittoria su tre dell’era-Gattuso e prenotando i playoff, il reale obiettivo della nostra nazionale per puntare il mondiale: il + 26 in differenza reti di Haaland (approdato a quota 51 reti in 46 gare in nazionale) è una sentenza inappellabile. Un successo contro Israele martedì sera a Udine e il secondo posto sarà matematico, ma in caso di verdetto rimandato, ci saranno la trasferta in Moldavia e il ritorno con la Norvegia per chiudere il discorso.

L’Italia di Tallinn, capitale dell’Estonia, è piaciuta per una serie di ragioni che vanno oltre i numeri (64,1% di possesso, 16 tiri in totale): l’atteggiamento, la velocità, la ricerca della verticalizzazione senza perdere tempo con il tic toc, fratello scarso del tiqui-taca. Gattuso è entrato nel cuore dei giocatori, a differenza del predecessore, Luciano Spalletti, ottimo allenatore, ma uomo complicato, soprattutto inquieto. Gattuso è stato un giocatore importante e conosce in profondità le dinamiche del calcio. La maglia azzurra è diversa da quella dei club. In nazionale, oggi, bisogna badare al sodo. Pochi concetti, ma validi: manca il tempo, rispetto alle squadre di appartenenza, per provare schemi all’infinito. La motivazione di quest’avventura è fortissima per Rino: basta guardarlo in faccia. L’Italia è la grande occasione della sua carriera in panchina: centrare il mondiale, dopo due bocciature di fila, farebbe già curriculum. Poi, in Canada, Stati Uniti e Messico, caccia libera, come diceva il mitico Cary Grant in “Operazione Sottoveste” (il riferimento non era al calcio, ovvio).