Da animali selvaggi, programmati per fuggire al minimo fruscìo sospetto, a pazienti compagni di avventure dell’essere umano: viaggi, guerre, lavoro… Ma come è avvenuta la metamorfosi del cavallo? Riducendone gli aspetti ansiosi del carattere e accentuando le caratteristiche fisiche idonee al trasporto di persone e cose sulla groppa. Risultati ottenuti tramite una selezione genetica inconsapevole, operata degli allevatori in migliaia di anni di domesticazione.

Lo studio che ricostruisce la storia dei cavalli e la loro evoluzione “artificiale” è stato di recente pubblicato sulla rivista Science: gli autori hanno analizzato genomi equini risalenti a un periodo compreso tra circa 7.000 anni fa e il XX secolo, estratti da centinaia di resti di cavalli e hanno cercato quei geni che avevano subito le maggiori modifiche nel corso del tempo, diventando da molto rari a molto frequenti, segno che gli allevatori avevano privilegiato, nel farli riprodurre, esemplari portatori di quei geni. Hanno così scoperto che i geni che modulano il comportamento ansioso e rendono i corpi dei cavalli più adatti al trasporto sono stati fortemente selezionati negli ultimi 5.000 anni.

In particolare, il gene chiamato ZFPM1 è diventato più comune circa 5.000 anni fa. Il suo ruolo preciso nei cavalli non è noto, ma nei topi il modula il comportamento ansioso. Ed è del tutto plausibile, dicono gli studiosi, che faccia altrettanto nei grandi erbivori. Già i primissimi allevatori (la domesticazione del cavallo risale appunto a circa 5000 anni fa nelle steppe a nord del Mar Caspio) avrebbero privilegiato animali meno diffidenti nei confronti degli esseri umani. «Riteniamo che questo sia stato un passaggio preliminare, in cui le persone potrebbero aver selezionato comportamenti probabilmente più mansueti e docili», ha spiegato al Washington Post Ludovic Orlando, archeologo molecolare presso il Cnrs e l'Università di Tolosa, nonché uno dei responsabili dello studio. «È logico che si selezioni un comportamento più compatibile con la vicinanza all'animale».