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La Consulta chiarisce quando è possibile escludere i contributi che riducono l’importo dell’assegno

Può accadere che, dopo una vita di lavoro, versare ancora contributi finisca per ridurre la pensione invece di aumentarla? Sì, nel sistema previdenziale italiano può succedere. È l’effetto di un meccanismo legato al calcolo retributivo dell’assegno, dove la media degli stipendi degli ultimi anni di carriera può giocare un ruolo determinante. Quando le retribuzioni si abbassano — magari per un part-time, un cambio di ruolo o una scelta personale — la media scende e con essa anche l’importo della pensione. Per evitare questo paradosso, la Corte Costituzionale ha introdotto un principio che tutela i lavoratori: la cosiddetta “neutralizzazione” dei contributi penalizzanti.

Il sistema retributivo di calcolo, oggi progressivamente superato ma ancora applicabile a una parte dei lavoratori, nasceva da un presupposto semplice: gli stipendi degli ultimi anni di carriera sono i più alti, quindi anche la pensione deve riflettere quel livello di reddito. Ma la realtà lavorativa è cambiata. Sempre più spesso, negli ultimi anni di attività, si registrano riduzioni di orario, passaggi a ruoli meno retribuiti o periodi di inattività. Tutti fattori che, se rientrano nel periodo di riferimento per il calcolo, possono abbassare sensibilmente la media e, di conseguenza, l’importo dell’assegno pensionistico. Per porre rimedio a questa distorsione, la Corte Costituzionale è intervenuta con una serie di sentenze che hanno delineato i confini della neutralizzazione: la possibilità, cioè, di escludere dal calcolo i contributi che risultano penalizzanti per il lavoratore.