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10 OTTOBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 18:50
“La scelta di non portare a termine la gravidanza si desume dalla circostanza che la stessa non aveva rivelato né ai familiari, né alle amiche di essere incinta, evidentemente preordinando di disfarsi dei neonati in altro modo, come poi effettivamente avvenuto”. È quanto si legge nelle carte dell’inchiesta sul duplice infanticidio commesso a Reggio Calabria nel luglio 2024 da Sara Genovese, la ragazza di 25 anni arrestata dalla squadra mobile che ieri ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari, con applicazione del braccialetto elettronico, emessa dal gip Claudio Treglia su richiesta del procuratore Giuseppe Borelli e del pm Chiara Greco.
Nel capo di imputazione contestato dai magistrati si legge che Genovese, “con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, cagionava la morte dei due neonati di sesso maschile dalla stessa partorii e nati vivi, morte sopravvenuta per asfissia, dovuta all’aver avvolto i corpi in un asciugamano che veniva poi collocato all’interno dell’armadio della camera da letto, con successiva chiusura delle ante”. Al momento del parto l’indagata era sola in casa. All’arrivo dei genitori aveva già nascosto i due neonati nel mobile della sua stanza. A causa di un’emorragia (poi rivelatasi post-partum), quindi si è recata in ospedale dove ha rifiutato la visita ginecologica sostenendo di essere vergine. Le sue condizioni, però, hanno reso necessario comunque il ricovero. Dopo qualche giorno, la madre sentendo un forte odore provenire dalla camera della ragazza ha aperto l’anta dell’armadio. A quel punto, ha visto “cadere in terra un fagotto contenente quello che riconosceva subito come il corpo di un neonato deceduto”. All’interno c’era il secondo.










