Due anni di guerra, sette fronti, 1.200 civili e centinaia di militari rimasti uccisi, 251 cittadini rapiti, decine di migliaia di sfollati. Per Israele il conflitto che si sta chiudendo in queste ore è il più lungo e il più doloroso della propria storia. L’esatto contrario della gloriosa Guerra dei Sei Giorni del 1967. Anche la guerra del Kippur, correva l’anno 1973, si concluse bene per Israele ma non fu priva di sofferenza, momenti di paura, un alto numero di caduti e instabilità politica che fecero scendere Israele dal piedistallo sopra al quale lo aveva posto il conflitto di sei anni prima.

È presto per un bilancio della guerra di questi mesi ma tanti israeliani lo hanno già detto: è stata una seconda guerra d’indipendenza. Come nel 1948 quando lo Stato ebraico appena fondato dovette affrontare gli eserciti di tutti i vicini arabi che volevano cancellarne l’esistenza. All’indomani del pogrom del 7 ottobre, nella mischia si è buttata la milizia sciita libanese Hezbollah con il suo arsenale missilistico da fare invidia alla Nato. Uno alla volta, alla guerra contro lo stato ebraico si sono poi uniti il Jihad Islamico in Cisgiordania, le milizie filo-Hezbollah in Siria e in Iraq, e gli Huthi in Yemen. Sei nemici tutti orchestrati dall’Iran che, uscito per la prima volta allo scoperto, ha attaccato Israele due volte direttamente, aprendo il settimo fronte.