C’è un verso che da qualche settimana i fan di Annalisa cantano a memoria appena svegli, quando vanno a letto, fra ami, mentre sono in una pausa di studio: «Quando è tutto da rifare, io mi posso trasformare, pensi che mi faccia male, ma io sono fuoco». È con queste parole che la cantante ligure aveva anticipato, a fine luglio, l’arrivo del suo nuovo album che oggi ha un titolo preciso: “Ma io sono fuoco”. Una risposta o una dichiarazione? Annalisa non racconta un semplice ritorno discografico ma un’evoluzione. Dopo anni in cui ha saputo rinnovarsi con coerenza, tra pop raffinato e un’identità sempre più definita, Sali ha scelto il fuoco come simbolo di trasformazione. Anche la copertina del disco parla la stessa lingua: una tigre che rimanda alla visione del tempo di Jorge Luis Borges — “il tempo è un fiume, è una tigre, è un fuoco” — un’immagine potente che racconta la ciclicità della vita, l’energia che ci attraversa e ci cambia.

Musicalmente, le canzoni di “Ma io sono fuoco” si collocano sulla scia di “Maschio”, il brano che ha aperto il suo nuovo percorso. La maggior parte sono uptempo e c’è poco spaziose le ballate.

«Il disco però, e il titolo forse lo potrebbe far pensare, non nasce da una rabbia o da una mancanza, ma da un percorso personale. È stato un processo lento e ora, quando mi guardo da fuori, vedo ciò che sento di essere. È un punto di partenza, non di arrivo, perché non si smette mai di crescere. Continuo a sperimentare, a “sporcarmi le mani” con la scrittura, cercando di essere sempre più diretta, anche a costo di essere un po’ scomoda. Le canzoni sono il mio modo di comunicare, e ho bisogno di continuare su questa strada».