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«Per un paese che ha un debito pubblico elevato come l’Italia, la prudenza nella gestione delle finanze pubbliche è meritoria quanto doverosa. Va coniugata con riforme strutturali che sostengano la crescita e l’innovazione». Con queste due frasi si conclude l’audizione di Banca d’Italia sul Documento programmatico di finanza pubblica di quest’anno, con cui il governo definisce le prime indicazioni su come sarà la prossima legge di bilancio. È una sintesi efficace delle varie analisi che un po’ tutti gli enti istituzionali e di ricerca hanno fatto sugli indirizzi di politica economica manifestati dal governo per i prossimi tre anni, e in particolare per il 2026.

Viene riconosciuto al governo di Giorgia Meloni, e al suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il merito di una gestione assai oculata delle finanze pubbliche, con un contenimento della spesa e una riduzione del disavanzo di bilancio che non solo rispettano le norme europee, ma per certi versi seguono una traiettoria persino più restrittiva di quella raccomandata dalla Commissione Europea. Al tempo stesso, però, arrivati ormai alla quarta legge di bilancio di questo governo, diventa evidente anche un altro elemento della politica economica di Meloni: la mancanza pressoché totale di riforme o di misure che favoriscano la produttività e la crescita, e che incentivino gli investimenti privati delle imprese.