di Michel Martone*
Il Tempo delle donne (la festa-festival del Corriere che si è svolta dal 12 al 14 settembre) mi ha ricordato la fortuna di essere cittadini europei e quanto sia importante incontrarsi per ragionare insieme su tutto, anche sul modo di vivere in comunità
In un momento storico in cui sul palcoscenico mondiale tornano a prevalere modelli di leadership dal carattere autoritario, per non dire predatorio, all’Europa spetta la responsabilità storica di difendere quella cultura dei diritti che dà senso e sostanza alle forme più avanzate di democrazia, anzitutto in tema di parità di genere. Può così ancora accadere che, mentre oltreoceano si moltiplicano gli ordini esecutivi che impongono a università ed aziende la chiusura dei programmi che promuovono il multiculturalismo e la parità di genere, ci si ritrovi a Milano nel giardino della Triennale al Tempo delle donne con migliaia di persone per discutere e ragionare per un intero week end, all’insegna della «libertà di volere ancora tutto». Così di fronte a un cartellone ricco e articolato ho scelto di seguire gli incontri che in un modo o nell’altro hanno affrontato il delicato tema del futuro delle relazioni umane in quest’epoca di incalzante innovazione tecnologica perché ho un figlio di dieci anni e mi sono chiesto, con Francesco Piccolo ed Edoardo Albinati: se una parte determinante del nostro carattere si è formata nell’adolescenza quando eravamo maggiormente influenzabili, cosa accadrà a quello dei nostri figli ora che in quel particolare momento della loro vita sono esposti ai pericoli dei social media e alle lusinghe dell’intelligenza artificiale?






