Dopo quaranta ore di buio le famiglie degli italiani imbarcati sulla Conscience e sulle vele della ThousandMadleens hanno avuto le prime notizie dei loro cari: domani dovrebbero essere espulsi e rimpatriati. I funzionari dell’ambasciata italiana, che ieri non sono riusciti a incontrarli in porto, li hanno visti oggi nel supercarcere di Ketziot, la struttura di alta sicurezza nel deserto del Negev dove erano stati portati anche gli equipaggi della Global Sumud. Al momento non è chiaro se tutti hanno firmato il rimpatrio accelerato e se tutti riusciranno davvero a rientrare. Tanto meno si sa se anche loro in carcere o in porto abbiano subito le violenze e abusi denunciati dai familiari di Adalah.

L’appello dei familiari degli italiani

In mattinata era arrivato l’appello dei familiari, terrorizzati dopo un giorno e mezzo senza notizie. “Non abbiamo ricevuto alcun tipo di aggiornamento”, diceva ancora in tarda mattinata Azzurra Corradini, sorella di Riccardo, uno dei dottori a bordo della Conscience.

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“Stiamo parlando di concittadini medici, infermieri, pedagogisti, giornalisti che stavano partecipando a questa missione senza alcun obiettivo politico, né mediatico. La comunità internazionale – sottolinea – ha il dovere morale e giuridico di reagire. Ogni silenzio, ogni neutralità è complicità con il crimine. Quelle navi non portavano armi ma coscienza, solidarietà e umanità”. Sul piede di guerra anche la Freedom Flotilla. “Ci saremmo aspettati che le nostre rappresentanze diplomatiche fossero in grado non solo di tutelare l’incolumità dei nostri cittadini a bordo, ma anche di fornire notizie. E invece – sottolinea il coordinatore Zaher Darwish - non ci è stato comunicato nulla”.