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Alla convention dei Conservatori britannici di un anno fa si parlava quasi più del loro ex primo ministro, Boris Johnson, che della nuova leadership che doveva uscirne. Johnson era rimpianto come artefice dell’ultima vittoria elettorale prima della disfatta del 2024 e le anticipazioni del suo libro, pubblicate in quei giorni, avevano oscurato la convention, rialimentando le voci cicliche su un suo ritorno in politica.

Alla convention di quest’anno, finita mercoledì a Manchester, il clima è stato decisamente diverso: meno nostalgico. Diversi dirigenti del partito hanno criticato pubblicamente e in modo inedito Johnson, di fatto estendendogli le critiche che finora riservavano ai suoi successori: Liz Truss (prima ministra per soli, disastrosi, 49 giorni) e Rishi Sunak (che aveva cercato di limitare i danni).

La ragione per cui Johnson viene messo in discussione non è la più scontata, cioè gli scandali durante il suo mandato. La riassume invece un’espressione che s’è fatta sempre più strada nel dibattito politico e mediatico britannico: Boris wave, a volte scritto tutto attaccato, significa “l’ondata di Boris” e si riferisce all’aumento dell’immigrazione, anzitutto regolare, durante la scorsa legislatura, coi Conservatori al governo.