“I vincitori hanno sviluppato un nuovo tipo di architettura molecolare“, e l’hanno utilizzata per “raccogliere acqua dall’aria del deserto, estrarre inquinanti dall’acqua, catturare l’anidride carbonica e immagazzinare idrogeno”. Sono le motivazioni con cui l’accademia del Nobel ha insignito tre scienziati del massimo riconoscimento mondiale per la Chimica. Susumu Kitagawa, Richard Robson e Omar M. Yaghi, che nel deserto arido, da cui è riuscito a capire come raccogliere l’acqua, vi è nato.

È il 1965. In una delle case che compongono l’infinita distesa della periferia di Amman, nasce Omar. I genitori sono due palestinesi fuggiti da Al-Masmiyya (piccolo villaggio vicino a Gaza). Il padre è un macellaio che ha aperto un piccolo negozio nella capitale giordana. In una stanza, attaccata all’attività commerciale, vive l’intero nucleo famigliare di 9 persone. La madre si prende cura dei figli.

Sembra lo scenario di “Uomini sotto il sole”, il fortunato romanzo di Ghassan Kanafani, uno dei padri della letteratura palestinese del Novecento, in cui descrivere la precarietà: quella di chi fugge, o di chi rimane. Una precarietà fatta anche dalla mancanza dell’acqua e dell’elettricità: “Entrambe arrivavano a singhiozzo”. “Sono cresciuto in una casa molto umile” ha ricordato Yaghi incredulo al telefono, appena ricevuta la notizia di aver vinto il Nobel insieme ad altri due scienziati. “Condividevamo con il bestiame che allevavamo l’abitazione dove abitavamo”.