di

Walter Riolfi

Le contraddizioni della Borsa: secondo alcuni studi la piazza americana non è mai stata così cara. Mentre la manifattura e i servizi perdono colpi. E con le tariffe, i prezzi sono destinati a risalire...

«Buy the dip», compera sul ribasso, avevano esortato gli operatori di JPMorgan giovedì 21 agosto. La possibilità di un taglio dei tassi d’interesse, prospettata da Jerome Powell al convegno di Jackson Hole, e lusinghieri indici Pmi erano parsi più che sufficienti a propiziare un rimbalzo di Wall Street. Tanto più considerando che l’S&P era sceso di ben l’1,52% dal massimo di cinque sedute prima e il Nasdaq il 2,8%. Difatti la Borsa è risalita, colmando le perdite dei giorni precedenti. Ma lunedì era tornata debole, un po’ perché il taglio dei tassi era nelle previsioni dei mercati già prima di Jackson Hole e un po’ perché l’indice Pmi è assai meno affidabile dell’Ism, che invece segnala un peggioramento economico. Forse il «Buy the dip» ha smesso di funzionare? Probabilmente no, visto che produce risultati da oltre 25 anni e che l’S&P è salito a nuovi massimi in settimana. Ma un po’ di disagio si percepisce e, stranamente, pure tra i piccoli investitori. Parecchi di loro, scrive il Wall Street Journal, sono diventati «più cauti» e, per la prima volta in due mesi, sono stati venditori netti di titoli tecnologici, specie quelli a loro più cari, come Palantir, Broadcom e Alphabet, con i primi due in calo del 10% dai massimi di metà agosto. E adesso anche la stessa JP Morgan paventa forti rischi: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, «il rischio di un crollo dei mercati azionari americani è molto più elevato di quanto si pensi». (leggi qui)