Nella quotidiana litania tragica di aggressioni, botte, uccisioni a colpi di pietre o di machete di donne aggredite — nella veglia o nel sonno — da mariti ex mariti, ex o aspiranti fidanzati, da uomini che, non potendo averle o trasformarle in chi desiderano, le uccidono un ulteriore passo verso il ritorno al Medioevo che credevamo di aver attraversato lo segna oggi la rasatura dei capelli come gesto di sfregio. Non che sia più grave di ammazzare a colpi di pietra in testa moglie e figlio adolescente, certo. Morire è sempre più grave di ogni altra eventualità, tranne nei casi di torture prolungate e insostenibili rispetto alle quali la morte costituisce sollievo. Morire non lascia la possibilità di rifarsi una vita, come si dice con frase fatta e comune: ci sarebbe poi da chiedersi quale vita.
La rasatura dei capelli riporta alla mente il marchio di infamia con cui si esibivano in pubblico, talvolta prima di mandarle al rogo, le donne libere valorose e sapienti accusate di essere streghe, spie, prostitute, pericolose per gli uomini. E i campi di concentramento, certo. I capelli femminili sono sempre stati qualcosa di conturbante. Forse la sede dell’anima, certamente della bellezza e della capacità di sedurre, perciò di convincere. Tuttora in moltissime regioni del mondo le donne non devono esibirli se non nella stanza da letto coniugale. Fanno perdere il senno, evidentemente, alle menti deboli. Una ragazza di poco più di diciott’anni che era uscita la sera con le amiche è stata aggredita da qualcuno che da ore la stava aspettando nascosto nei pressi del suo portone. Un ex, dicono le cronache. Bisogna rivivere la scena per quanto deve essere durata: lei mette la chiave nella toppa, lui arriva dall’ombra, la spinge nell’androne del palazzo e passa la lama di un rasoio elettrico sulla sua testa, da parte e parte. Tenendola ferma con una mano, forse per i capelli, mentre con l’altra le lascia il segno del suo possesso e disprezzo. Questo è successo a Firenze, sabato scorso.






